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quellocheNon
un artista ha la morte sempre con sé, come un bravo prete il suo breviario.


Reveries.


4 febbraio 2009

La tagliola.

Mentre ero a fare ionoforesi, ieri, ho chiuso i Viceré e mi sono addormentata.

Sono sul pullman in Spagna, con la mia scuola.
Il background è solo intuibile, come un ronzio di sottofondo conosciuto e trascurabile. C'è la mia classe. Le ragazze che parlano di silk epil e di altre cose noiose. Le altre classi non so se ci siano, sono talmente irrilevanti da darmi quasi fastidio. Il pullman è blu, scurito dallo sporco. Polvere chiazzata dall'acqua, quella fastidiosa poltiglia-mantello che sembra far parte della carrozzeria.
Io sono seduta davanti ma non troppo; non ha importanza. Guardo fuori dal finestrino, c'è qualcosa che mi turba. Fisicamente non mi sento un granché. Però guardo fuori nel sole, la campagna sfuma nel mare che poi scompare nel cielo, vasto, pesante, chiaro e abbagliante. Io però sono concentrata sulla terra, ma sento lo sguardo del cielo. So che c'è.
La campagna è solo una striscia slavata di colori, come un pennello largo intinto a caso in diversi verdi e qualche punta di giallo e marrone. E poi trascinato sulla carta.
Mi arriva una telefonata, eppure leggo la notizia come un messaggio. Mi sento mancare l'aria, mi spezzo. Immobile a guardare la campagna oltre il vetro macchiato mi contorco, pulso. Non respiro.
E' morto mio nonno.
Mi gira la testa, vertigini a non finire. La campagna scompare, è tutto nero. Mi alzo, scanso la mia vicina - Giorgia.
"Mi sento male, fermatevi" dico ai professori in prima fila. Il nero che vedo è quello degli occhi di Ardino, la sua faccia a punto interrogativo. Cosa ci sarà mai, dietro quel nero.
Si fermano.
L'aria è fresca e io mi ci tuffo. Torno alla vita, annaspo. Il dolore mi ha accecato le orecchie, mi ha addormentato le gambe. Salto oltre il fossato sul ciglio della strada e il verde dell'erba mi colpisce. E' un verde acido, un verde malsano e un verde di vita. Se fosse un sillogismo, ne deriverebbe che la vita è malsana. Mi metto dietro un albero, vomito. Mi giro, c'è la Strazza in piedi davanti al pullman. Vomito di nuovo senza avere nulla da vomitare, butto giù i succhi gastrici, voglio sputare anche le viscere, tutti quei chilometri di intestino che non mi serviranno più a nulla. Sento l'acido corrodermi la gola, giallo. Come se non facesse parte di me, sconosciuto. E' straordinario quante cose produca il mio corpo senza dirmelo: quella sembra l'acquetta di alien, quella bava rivoltante che cola ovunque.
La gola mi brucia anche nella realtà.
Forse la professoressa mi chiede se va, se non va. Quello di storia e filosofia s'affaccia - lui è molto uno che si affaccia ma non interviene non sapendo che fare.
Torno sul bordo del fossato, ma vedo che tra quell'erba verde acido che ora è più alta e meno accesa spunta filo spinato. Io salto. Non prendo il filo spinato, ma dall'erba, nell'esatto posto in cui ho poggiato il piede, spunta fuori una tagliola, cazzo, che mi si chiude sul polpaccio.
Per un momento penso che avevo i pantaloni corti e invece ora ho i jeans lunghi e scuri, guardo il sangue che li macchia di un viola malato. Penso all'osso inciso da quei denti di cane di metallo.
Intanto sono per terra, a godermi questo spettacolo di gamba martoriata. Penso anche che nell'osso ci sono due midolli, quello rosso e quello giallo, l'osseina e la cartilagine, gli osteoni e i canali di Havers. E trac, tutto quel bel mondo si spezza, l'osso è inciso, le cellule compresse e sofferenti. Ululo.
Ah, ma non finisce così.
Perché mentre mi protendo verso la tagliola quella che fa? Mi TIRA. Come se la catena a cui è ancorata a terra si ritraesse, come la spina dell'aspirapolvere quando premi il pulsante.
La catena mi tira e io la afferro, gridando a quei due ignavi dei professori di aiutarmi. Penso anche il dolore che mi fa la tagliola nel trascinare la mia gamba che spruzza sangue che m'appiccica i vestiti sotto il sole cocente dell'agosto spagnolo, a trascinare il mio peso facendo leva sull'osso rotto e urlante. Mentre i due ignavi non fanno niente io sono risucchiata dalla terra.
Ma lo avverto appena, perché sono di nuovo stesa a terra, la tagliola non si muove e uno dei due ignavi, precisamente lui, è accanto a me.
Ora lo vedo, il cielo. Com'è grande..
E' una lastra di zucchero. Il verde dell'erba è un verde acido e rigido, innaturale, di colorante. C'è anche l'albero, ma non c'è puzza di vomito. L'unica cosa che c'è è una bruttissima sensazione di sbagliato, di angoscia. Di irreale. Di nuovo. Di sconosciuto, più che di sbagliato. La solita sensazione dell'essere fuori posto, di trovarmi in un luogo in cui l'idea di me non è contemplata né contemplabile mi assale, forte come la morsa di quella tagliola che ha interrotto il flusso di sangue nel canale di Havers.
A questo punto lui sta per fare qualcosa, Ardino, il professore. Qualcosa di diabeticamente sbagliato, scorretto anzi e per questo crudele - perché lui dovrebbe essere un uomo di morale e invece, invece.., in quel mondo di zucchero. O di cristallo. Più probabilmente di zucchero cristallizzato e dipinto a mano.

Mia madre entra nello stanzino e mi chiede se stia dormendo. E io la guardo angosciata e un po' intimorita, con ancora addosso gli occhi neri dell'ignavo che non ha compiuto la sua azione, con quelli azzurri e freddi della vipera dietro, e quaranta paia di occhi irrilevanti dei testimoni sul pullman.




permalink | inviato da quellocheNon il 4/2/2009 alle 18:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


4 febbraio 2009

Intro.

Quest'anno
questi ultimi mesi
Come sempre sogno ad occhi aperti. Ma ultimamente questi sogni si mischiano così alla realtà e così al sonno da risultare compromessi. Non propriamente in senso negativo. Nel sogno sonnato c'è l'inconscio; in quello ad occhi aperti c'è quel conscio che però rimarrà per sempre a me. Come un diario segreto di memoria, in cui gesti vissuti si tramutano infinitevolmente in qualcosa che vorrebbe sfuggirmi andando a parare nell'inconfessabile. Inconfessabile solo perché sono timida e pudorosa, visto che tutto si può dire. Tutto si può mostrare, volendo.
Questa commistione è il mio filtro.
Non ho mai parlato a nessuno dei miei sogni, né che ciò che immaginavo camminando sul percorso scuola-casa continuasse a vivere in me mentre dormivo, ore, giorni.. tempo dopo.
Così da tempo a questa parte ho iniziato a raccontare.
La prima volta in tram, a tutto il tram - visto che abituata a vivere nel rumore non mi accorgo di superare troppo spesso la voce del resto del mio circondario. O semplicemente questo è il mio modo di gridare il mio sconforto e tutte quelle menate lì sull'adolescente in crisi con la società del suo tempo.
E Marco, che mi è critico, giudice e orecchie; cioé Marco, il mio amico e da un po' confessore, mi ha detto da quella volta sul tram di scriverli, questi sogni.
Per carità, ho detto io.
Però visto che oramai questo blog mi fa veramente schifo, nessuno lo legge e io l'ho praticamente abbandonato - evviva facebook - tanto vale affidargli pure i miei sogni.
E' un po' che volevo iniziare dall'ultimo.
Ho pensato fosse meglio iniziare dal primo.
Oggi mi sono detta:
dal primo scriverò un giorno un romanzo erotico.
dal secondo un giallo
dal terzo una novella politica
dal quarto un manifesto neo-simbolista.
Chissà perché, poi.
Oggi odio pensare il chissà perché. Odio dire chissà. Ahò!
E' una parola che mi martella, maledetta. Chissà. Perché. Interrompono i miei flussi di coscienza, i sogni, le interrogazioni, qualunque cosa.

Per ora mi limito a buttar giù questi sogni, poi penserò ad elaborarli.
Mi dispiace solo di non poter lasciare qui i colori che vedo, il sapore che provo. Gli odori. Hà.
Questa pagina sarà molto, molto povera.
Mi dispiace di poter solo trasformare il tutto in strette parole.. le miei idee ci stanno così scomode!




permalink | inviato da quellocheNon il 4/2/2009 alle 18:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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la Mère






















La vedi nel cielo quell'alta pressione, la senti una strana stagione?
Ma a notte la nebbia ti dice d' un fiato che il dio dell' inverno è arrivato.
Lo senti un aereo che porta lontano? Lo senti quel suono di un piano,
di un Mozart stonato che prova e riprova, ma il senso del vero non trova?

Lo senti il perchè di cortili bagnati, di auto a morire nei prati,
la pallida linea di vecchie ferite, di lettere ormai non spedite?
Lo vedi il rumore di favole spente? Lo sai che non siamo più niente?
Non siamo un aereo né un piano stonato, stagione, cortile od un prato...

Conosci l'odore di strade deserte che portano a vecchie scoperte,
e a nafta, telai, ciminiere corrose, a periferie misteriose,
e a rotaie implacabili per nessun dove, a letti, a brandine, ad alcove?
Lo sai che colore han le nuvole basse e i sedili di un'ex terza classe?

L'angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita,
di un giorno qualunque, di una sponda brulla?
Lo sai che non siamo più nulla?
Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita...

Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro,
lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo...
Si fa a strisce il cielo e quell' alta pressione è un film di seconda visione,
è l' urlo di sempre che dice pian piano:
"Non siamo, non siamo, non siamo..."













..scrissi il nome tuo versando piano sulla neve
la strana cosa che
sembrava vino
mi aveva affascinato il suo colore di rubino
perchè lo cancellasti con il piede?









                                                                                 DI ROSE DETTE PRESENZE.




E costruì
un delirante universo senza amore,
dove tutte le cose
hanno stanchezza di esistere
e spalancato dolore
.
*
Ma gli sfuggì che il senso delle stelle
non è quello di un uomo,
e si rivide nel
la pena di quel brillare inutile,
di quel brillare lontano...

*
E capì tardi che dentro
quel negozio di tabaccheria

c'era più vita di quanta ce ne fosse
in tutta la sua poesia
;
e che invece di continuare a tormentarsi

con un mondo assurdo
basterebbe
toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo...
*
E scrivere d'amore,
e scrivere d'amore,

anche se si fa ridere;
anche quando la guardi,
anche mentre la perdi

quello che conta è scrivere.
E non aver paura
non aver mai paura
di essere ridicoli;
solo chi non ha scritto mai
lettere d'amore
fa veramente ridere
.













Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza
tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo:
gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro

E sì, anche tu andresti a cercare
le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz'ora basta un libro di storia,
io cercai di imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto,
continuarono gli altri fino a leggermi matto.






Ici on est tous des frères
Dans la joie dans la misère
Vous ne trouverez chez nous ni le Ciel ni l'Enfer
Ni le Ciel ni l'Enfer
Nous sommes comme des vers
Comme des vers dans le ventre de la terre
La sang et le vin ont la même couleur
A la cour des miracles
Les filles de joie dansent avec les voleurs
A la cour des miracles
Mendiants et brigands dansent la même danse
A la cour des miracles
Mendiants et brigands dansent la même danse
A la cour des miracles
Nous sommes de la même race
La race des gens qui passent
Vous ne trouverez chez nous ni religion ni nation
Ni religion ni nation
Nos oripeaux pour drapeaux
La couleur de ma peau contre celle de ta peau
Truands et Gitans chantent la même chanson
A la cour des miracles
Puisque nous sommes tous évadés de prison
A la cour des miracles
Voleurs et tueurs boivent au même calice
A la cour des miracles
Puisque nous sommes tous repris de justice
A la cour des miracles











comunico a Vossignoria che sono una Lettrice;
in quanto tale mi avvalgo dei seguenti diritti, detti gli

IMPRESCRITTIBILI DIRITTI DEL LETTORE   

 editi per tutti quelli della mia razza dal professor Daniel Pennac.


    1. il diritto di non leggere.

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6. il diritto al bovarismo

7. il diritto di leggere ovunque.

8. il diritto di spizzicare

9. il diritto di leggere a voce alta.

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