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quellocheNon
un artista ha la morte sempre con sé, come un bravo prete il suo breviario.


† pensare è spaziare nell'infinito †


7 ottobre 2008

Collange Maledetta.


 
"Mi dispiace d'essere stata fraintesa.
Di certo non volevo offendere le professoresse V. e H. . Non mi sarei mai permessa di farlo. E neanche volevo togliere importanza al compito a casa. Non è che non l'ho preso sul serio, davvero. L'offesa era per me: incapace di affrontare con serietà un tema del genere.. sarà la mia esistenza superficiale, non lo so. Ma semplicemente non sapevo che cosa scrivere, e "
H: "Guarda che il tema andava benissimo"
 "No che non andava benissimo! E' un tema superficiale, è un tema di parole vuote, di generalità e generalizzazioni. Non dice niente. E per questo che l'ho terminato con quella frase scritta a matita, quella frase di scherno.. ma ripeto, era rivolta a me e non certo.."
M: "Credi che il tuo rapporto con V. ti protegga, ma ti sbagli di grosso, non ti credere favoreggiata solo perché per te esiste solo lei!"
 "Dio, è amore per la cultura! Non mi nasconderei mai dietro una cosa del genere. Se pensa che potrei mai approfittare di qualcuno lei non ha davvero capito nulla.. Odio questi fraintendimenti."

Fu così che domani mi sospenderanno per un "Sorrida: è su scherzi a parte".
No che non l'ho preso sul serio, quel compito. Come avrei potuto? Avrei dovuto fare un tema ancor più ironico e autodistruttivo.



[..affogando per respirare..]




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12 aprile 2007



Non è più corretto dire: studiate.
Sarebbe meglio dire: imparate.


Studiare al fine del voto.
Imparare al fine di Sapere.




Utile divisione nello scegliere le proprie priorità.








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8 aprile 2007

incipit

Racconto.

<<


Si chinò sul tavolo, srotolò una pergamena di papiro importata dall'Egitto, fine al tocco, intinse la piuma nell'inchiostro nero e scrisse:


                                                                                                          Kalendae
Moiròn

Sospirò, aggrottò le sopracciglia e allungò una mano bianca verso il bicchiere di nettare scuro. Non dicevano fosse quella la bevanda che dava coraggio persino agli dei? Davanti a lui la finestra tagliata nella casa di mattoni dava sulla campagna nella valle ai piedi della città e gli ultimi raggi si bagnavano nella baia in basso.
La mano poggiò il bicchiere e il proprietario la osservò.
Ossuta, forte, pochi peli chiari sul dorso; unghie curate e pulite. Per essere un popolano, si stava comportando molto bene.
Intinse la penna e aggiunse più a sinistra:

Ellade

                       il Testamento


Il punto accanto al titolo si mischiò ad una goccia di sangue scivolata dal suo cranio calvo; non aveva pensato a ripulirsi dal sangue di suo padre, né a cambiarsi la veste sporca. Anche il pugnale si sarebbe ben presto incrostato.
Intinse ancora una volta la piuma nell'inchiostro che s'asciugava presto nella fresc'aria primaverile della sera e aggiunse:

Lista dei Morti


Poi, prese a compilarla di nome, peccato, pena.
Prima o poi, avrebbe anche aggiunto la data dell'esecuzione.
Mano a mano si sentiva più vuoto, più libero, più traditore.
C'era l'immortalità ad attenderlo perchè si sentisse appieno assassino.









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27 marzo 2007


 Elian rientrò nella sua stanza e inizialmente si diresse all'armadio; le bastò lanciare un solo sguardo fuori dalla finestra per decidersi verso il letto, sedersi in punta, stringersi nell'asciugamano.
Fuori, cadevano rimasugli delle gonfie nubi della prima mattina. I vetri erano pieni di goccioline immobili attraverso le quali si sdoppiava il sole che faceva capoccella da dietro alle nuvole basse. Risplendeva sui tetti delle case lustri di pioggia; rimbalzava sulle mura della città, saltava di casco in casco, di mitra in mitra della pattuglia di passaggio qualche strada più in giù. Dava quasi un senso di gioia, da solo, negli occhi di Elian: ma dietro c'era il contesto grigio e deforme di un pericolo costante, di una guerra insensata, di una strana xenofobia di qualche dittatore.
L'avvilimento della città in guerra era pari a quello dell'animo della ragazza; entrambi si univano nell'aria cupa del pomeriggio post pluia. In fondo a questo lago di tetti e macerie, oltre le Tre Cime, il sole calante tra le nubi dava un'aria ferita al cielo. Ma se realmente fossero state bombe, si sarebbero udite fin lì alla Città di Pietra, attraverso tutti gli altri quartieri.
Oramai il sole le faceva male agli occhi, la costrinse ad abbassarli sul pavimento in pietra dove luccicavano le orme dei suoi piedi bagnati.
Ma quella luce le era rimasta davanti agli occhi come un'ombra;

                                                                                                [...]




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24 marzo 2007



Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza
tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo:
gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro





E io che dicevo?


Grandina o v u n q u e . 






Ho speranza nella fine.

E senza sapere a chi dovessi la vita
in un manicomio io l'ho restituita:
qui sulla collina dormo malvolentieri
eppure c'è luce ormai nei miei pensieri,
qui nella penombra ora invento parole
ma rimpiango una luce, la luce del sole.




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19 marzo 2007


C'è una donna, nel pieno della sua età d'esser donna.
Ha due occhi dal taglio grande in un volto di carnagione scura
due occhi che si spalancano tondi tondi
quasi a far da luce
con l'ausilio di un sorriso puro.

Più la guardo, questa donna, più mi piacciono i suoi occhi
con qualche ruga sorridente al lato
che gli anni pesano, ma sembrano più leggeri in lei
E' che sono incredibilmente espressivi, quegli occhi
sono
- non è semplice dirli -
sono trasparenti e intensi
o giovani e sapienti
sono
- difficile scriverli -
sono stupendi, insomma.



[allegherò foto quando Valerio.]






Ma come vorrei avere i tuoi occhi spalancati sul mondo come carte assorbenti











Indi, l'acqua bolle e mentre si diffonderà l'infuso per la mia stanza, trascinerò lo zaino
[Ulisse, si chiama
- ciaaao Uliiisseee -]
e gli scarponi in cantina.
















[m'inquieta e mi stordisce, quell'uomo
mi ferisce]




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28 febbraio 2007

Grande Ale


C'era stato un buco di almeno tre anni tra quando Iride era andata in pensione, si era stabilita a Canneto e poi era andata a vivere dalla figlia.
Dopo tre anni e più, ogni tanto si presentava a casa loro, buste di vestiti nelle mani inanellate con cattivo gusto e la solita frase "devo fare delle analisi Concé, come faccio?".
Allora si tornava al 1995, quando lei nemmeno parlava italiano e dormiva da Idda, giocava con Idda, rideva in braccio a Idda.
Idda non badava all'igiene né sua né del palazzo, si vestiva male, aveva amanti anche a sessant'anni, cucinava da dio o da vera romana, volendo e bestemmiava.
Idda si ubriacava perchè aveva litigato con i suoi fratelli rimasti, da 8 che erano.
Idda bestemmiava contro il papa e poi piangeva alla sua morte per averlo bestemmiato.
Idda era cocciuta, ma con i bambini ci sapeva fare.

Così, quasi 12 anni dopo il 1995, quando quella bambina già sapeva parlare italiano meglio di Idda stessa, non appena la donnona entrava con le buste chiedendo come si dovesse fare le analisi, tornava indietro nel tempo e si comportava da bambina.
Questo faceva molto comodo a chi era abituato a responsabilizzarsi e non vivere la vita come veniva, ma pensare e ripensare alle prossime, future, immediate, conseguenze delle proprie azioni, fino a non commetterne più se non in rare occasioni.

Comoda
momentanea
sindrome di Peter Pan.











            

















Ho il nome.
Adamante.




                            
J’ai besoin d’aimer
                      Je ne sais rien faire d’autre
                      J’ai besoin d’aimer
                      Et c’est pas ta faute
 
                       C’est ma faute à toi
                       Toi qu’est trop belle
                       Toi t’es trop belle pour moi
                       Et les belles, elles sont cruelles
                       Pour ceux qui les veulent
                       Pour ceux qui les ont pas
                       Pour ceux qui sont tout seul
                       Pour ceux qui ne savent pas
                       Pour ceux qui marchent des heures
                       Et qui vont nulle part
                       Pour ceux qui boivent
                       Pour ceux qui ne dorment pas.




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27 febbraio 2007


Questa è la storia di un esserino.
Ino perchè piccolo, considerato insignificante.
Ino perchè i genitori pensarono che "tanto non farà nulla di eccezionale, Ino andrà bene per una personcina qualcunque", non si facevano illusioni, loro.
Lui, Ino, sì.
Loro volevano per lui il meglio del meglio che loro non avevano avuto.
Loro lo ficcarono in una gabbia affollata di ricchi signori in occhiali scuri. Solo per questo, grande insegna in quel mondo, quei signori si credevano tanto sapienti, potenti e giusti. La loro parola era legge; che non fosse in lingua corretta, che fosse offensiva e opprimente, a loro non interessava.
I dittatori si preoccuparono di salvaguardare la libertà del popolo che sottomettevano?

Ino era visto come un esserino scuro, povero di materie e ricco d'idee.
Idee colorate, strambe, pazze, psicopatiche, malate, pericolose, uccidiamolo.
Ino era bianco pallido e ogni tanto s'accendeva di qualche colore.
S'accendeva di qualche sentimento, di qualche amore e felicità.

Ma i signori attraverso gli occhiali lo guardavano male; loro avevano il potere e lui sorrideva senza unirsi a loro, declinando gentilmente la loro influenza.
Non si chiedevano il perchè, loro sapevano che lui era nero mentre loro erano bianchi; lui era sbagliato e insignificante. Non reagiva nemmeno se veniva picchiato; non si divertiva a far loro guerra e loro, guardandolo senza capire dietro ai loro occhiali nerissimi, continuavano a urlare violenza, far vivere violenza e distruggere.

Ino prima aveva pensato di essere folle.
  Aveva pensato d'essere sbagliato, ché quella gente era così diversa da lui.
Ino poi aveva capito di non essere interessato a loro.
  Aveva pensato di poterli ignorare.
Ino dunque aveva iniziato ad ascoltare ciò che dicevano, davvero.
  Aveva pensato di ridere di loro e aveva riso di gusto.
Ino, infine, si era riempito.
Come un pozzo otturato e impermeabile, profondissimo, era stato riempito per due anni e mezzo, mese dopo mese, giorno dopo giorno, ora dopo ora delle loro parole, delle loro urla, dei loro schiamazzi. Quella melma iniziava ora a fuoriuscire, era troppa.
Ino, che piccolo non era, si sentiva male.
Non riusciva più a guardarli, quei signori ricchi e convinti nei loro occhiali nerissimi.
Non riusciva più ad ascoltarli, quelle parole lo frustavano come pioggia di spine avvelenate.
Soffriva e si nauseava, vomitava e piangeva.
Voleva fuggire da loro, dalla loro casta di soldi ed empietà, di stermini e ignoranza.
Voleva cullarsi nella cultura.

Ma non voleva far loro guerra.
Poveri.
Sì, poveri. Questo pensava di loro, Ino, senza soldi, bianco, in stracci da buffone.
Loro lo commovevano.
Loro lo nauseavano e gli facevano pietà.
Li compativa.
                  [cum + patior, soffrire assieme, nb.]

Cercò di spiegarsi.
Cercò di farsi ascoltare.
Cercò di parlare loro, di mostrare loro come la vita trionfasse sulla morte che loro proclamavano regina; come sui loro soldi splendeva il sole nel cielo bello; come una poesia potesse entrare nella storia più delle loro grida di odio verso religiosi ignoti.
Cercò di far vedere loro i colori.
Cercò di insegnare loro altri tipi di vita.
Cercò di far comparire tra loro la semplicità.
Cercò di mostrare l'amore per piccoli gesti.
Cercò di ringraziare, di sorridere, di amare.

Tentò di insegnare con l'esempio che c'era qualcos'altro di più bello e puro, al di là dei loro occhiali nerissimi. Le lenti, se proprio indispensabili, si potevano mettere trasparenti. Si potevano togliere quegli aggeggi.
Sì, si poteva!

Ino fu accusato di vile tradimento di un gruppo sociale non suo.
Ino rimase impietrito nel dolore, divenne una statua d'oro bianco.
Nessuno se ne accorse: pensarono fosse cenere, cercarono di pugnalarlo.
Lo misero in uno scantinato più nero delle loro lenti.
Si richiusero bene la porta alle spalle, sulla porta c'era solo una targhetta d'ottone.


                                     Oblivio Desperationis

Loro non sapevano più cosa volesse dire, ma avevano guerre e stermini senza motivo da portare avanti, per preoccuparsi di una cosa come il Sapere.




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23 febbraio 2007


Canone Inverso.


La diversità non esiste; diverso diverrebbe inumano
  e noi siamo perdutamente umani.






il prugna dovrebbe essere il colore di ogni delusione.








       
                  
                         riesco ad essere fottutamente ingiusta.




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20 febbraio 2007


Voglia di Alice.



La lezione alla terza ora passava incredibilmente tranquilla.
Scricchiolii di sedie, monetine tintinnanti, suola battuta su mattonelle grigiastrogialle, tamburellare, matita su banco, scarabocchi su foglio, chiacchiericcio di galline, mormorio di tumadre no la tua.
La professoressa, vagamente imbarazzata nel suo stare dietro alla cattedra, sorrideva ai pochi alunni che parevano capirla - forse ve n'era una sola che si domandava il perchè di lei - quasi per scusarsi.
Un'alunna leggeva un qualcosa del primo capitolo di un qualche libro di Munier non letto perchè troppo difficile, però la prima frase del primo capitolo la leggeva lì per tutti loro non ascoltanti.
Lei aveva di fronte un libro che la pacifica prof le aveva promesso; del resto leggendo uno di quei racconti di Michele Serra le aveva pensato, così adatta a quell'umorismo, la sua alunna.
Dunque lei stava leggendo il primo di quei racconti; un po' ascoltava i rumori soliti della classe, un po' era Sabrina che "Il personalismo non è filosofia ma tuttavia svolge un ruolo precis"

                                                                                                                            un suono crescente lamentosamente allungava a ondate i suoi tentacoli, sommergendo gli altri suoi simili per definizione. Un suono stridente, musicale, fastidioso, adorabile, avvolgente, estraneo, antico. Da dove veniva?
Lei alzò il volto verso il soffitto. No, non da lì.
Passò ad osservare la porta socchiusa.
Ecco.
Strinse gli occhi e guardò bene.
                                              Al di là della materia sensibile c'era una mano. La mano teneva un diapason, un diapason grandissimo, un diapason che era stato battuto e ora cantava il suo sol.
Non era forse un sol? Te lo ricordi, il sol, dalla scuola media e dal flauto dolce che avresti voluto trasformare in un traverso?
Sì, un sol, enorme, che aveva cancellato il resto dei suoni.
                                                                                    E delle immagini.

Poi, com'era venuto, così se ne andò. Come sempre, come tutte le cose che transitano.
Si spense gradualmente e lì dove fino ad un attimo prima c'era il Suono, ora tornavano i rumori.

Ovviamente, nessuno in classe se ne era accorto; tutti continuavano a cercare di vivere come credevano fosse possibile per loro.









Ho davvero voglia di farmi un bel viaggio nei vent'anni di Alice.
Credo che domani inizierò a stendere un piano, chissà che non mi riesca di finirlo, una volta tanto.







La notte è quieta senza rumore, c'è solo il suono che fa il silenzio
e l'aria calda porta il sapore di stelle e assenzio.
Le dita sfiorano le pietre calme, calde d'un sole, memoria o mito,
il buio ha preso con se le palme, sembra che il giorno non sia esistito...

Io, la vedetta, l'illuminato, guardiano eterno di non so cosa
cerco, innocente o perchè ho peccato, la luna ombrosa. 
E aspetto immobile che si spanda l'onda di tuono che seguirà
al lampo secco di una domanda, la voce d' uomo che chiederà:

Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell.

Sono da secoli o da un momento fermo in un vuoto in cui tutto tace,
non so più dire da quanto sento angoscia o pace.
Coi sensi tesi fuori dal tempo, fuori dal mondo sto ad aspettare
che in un sussurro di voci o vento qualcuno venga per domandare... 

e li avverto, radi come le dita, ma sento voci, sento un brusìo
e sento d'essere l'infinita eco di Dio. 
E dopo innumeri come sabbia, ansiosa e anonima oscurità,
ma voce sola di fede o rabbia, notturno grido che chiederà:

Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell.

La notte, udite, sta per finire, ma il giorno ancora non è arrivato,
sembra che il tempo nel suo fluire resti inchiodato...
Ma io veglio sempre, perciò insistete, voi lo potete, ridomandate,
tornate ancora se lo volete, non vi stancate...

Cadranno i secoli, gli dei e le dee, cadranno torri, cadranno regni
e resteranno di uomini e di idee, polvere e segni,
ma ora capisco il mio non capire, che una risposta non ci sarà,
che la risposta sull'avvenire è in una voce che chiederà:

Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell




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14 febbraio 2007



Mi ricordo, su quella torre, a guardare la Senna snodarsi gentilmente, quasi con
malizia fra la città dai bianchi palazzi. Riconobbi l'altra opera dei fratelli Eiffel,
di cui la più grande sorella accoglieva tutte le navi arrivanti a NY.
Scorsi quel ponte, un po' coperto, un po' di archi dove passava una linea verde, la numero 6, Nation-Charles de Gaulle. Quella ci aveva portate a destinazione, mia madre e me, alla Grenelle.
Adoro quella linea: è in superficie.
La prima visione di quella magnifica città fu dal metro linea 6, saltellando e zigzagando poco sotto i tetti blu. Lì ho lasciato un pezzo di cuore.

Mi ricordo, su quella torre ad attendere sempre sui 5 minuti, minuto più minuto meno che i vagoni verdi sferragliassero quasi silenziosamente sul ponte. Non so quante me ne feci sfuggire: erano troppo silenziose, e l'immensità di Parigi mi distoglieva lo sguardo dal ponte, catturandomi con i suoi particolari, continuamente.




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9 febbraio 2007


Ecco che ho qui davanti a me un libro.
E' verde. La casa editrice - Le Fenici tascabili - è in nero;
L'autore spicca in arancione;
Il titolo è in un bel blu;
Scrittura neutra, sfondo verde.

Non mi dispiacciono, Le Fenici, anche se come simbolo hanno un gufo-civetta.
Forse, proprio per quello. Addirittura delle Fenici ho un libro di poesie di gioventù di P.P.P, detto Pasolini.

Ora, c'è questo libro, qui davanti a me.
In ordine, alla luce schifosa di questa lampadina fioca.
Sta in silenzio, aspetta che lo apra.

E' bello che per una volta, io non sappia proprio cosa ci sarà, dietro la prima pagina.
Inizia così la nostra storia d'amore:
senza trama raccontata in quarta di copertina.

Vado.
Il
Vecchio Che Leggeva Romanzi d'Amore m'attende.







Aggiornamento di mezzanotte e zerotrentacinque.

Non mi sarei mai aspettata tutto questo.
Né di dover provare paura, sapendo il tigrillo sulla nostra riva, né di terminare il libro in due ore e mezzo.




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9 febbraio 2007


Alzò l'enorme tazza con ambo le mani, secondo il rituale.
Non esistevano più le antiche ciotole di argilla, ora c'erano tazze di vetro dipinte, ma andavano bene lo stesso.
Chiuse gli occhi mentre socchiudeva le labbra e inclinava piano la tazza.
Piano, piano.
Il liquido doveva scivolare lentamente; prima di bagnarle la gola, però, doveva sentire l'odore.
Eccolo: l'odore un po' amaro delle foglie e il sentore aleggiante di agrumi, eccolo.

Scivolò il té tra le sue labbra, le bagnò la lingua.
Il sapore proprio della bevanda, né dolce né amaro né aspro. Di amaro c'erano solo le scorze d'arancia, ma non troppe, non esagerate.

Posò con ambo le mani la tazza-ciotola, ingoiò, riaprì gli occhi.
Svanì il rito. Svanì l'immagine della foresta attorno al piccolo villaggio con al centro un circolo di persone laboriose, che si passavano una ciotola fumante di liquido scuro
e
sacro.




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6 febbraio 2007


[L'unico bene suo
sogno adorato
era pe Roma sua.
]







Ho la fortuna d'essere amante di Roma.
Ho la fortuna di poter diventare albero trapiantato nella terra antica romana, così dimentica
oramai
dai romani stessi.


Nell'eredità di una famiglia non mia di cultori dal 1723.






                                                               [triste er pensiero
                                                                glie spiccava er volo
                                                                verso de Roma sua
                                                                l'antica fiamma
                                                                verso de Roma sua
                                                                che glie fu mamma
]




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26 dicembre 2006

Heartbeats


Strano. Dopo che si era portato via le lacrime senza saperlo, era ancora l'unico - assieme ai cartoni animati - che la faceva piangere. Ancora. Lui, che sapeva il granello di sabbia di normalità che a lui era destinato, e non l'oceano che si stendeva oltre.

Forse erano stati gli occhi neri, forse i capelli, forse la voce.
Era stato il raggio di sole tra le nubi per un anno, da novembre a giugno. Poi si era
portato via le sue lacrime. Lei le aveva versate ogni giorno, chi più e chi meno, con
punte di rimpianti, rimorsi, nostalgie di un affetto che non era mai stato suo.
E mai lo sarebbe stato.
Da giugno a novembre, a piangere, quando era scoccato un anno.
Un anno da quando l'aveva guardato per bene e
 
"Tu sei quella che legge King" aveva detto lui
 "Eh?" aveva chiesto lei. Nel frastuono della mensa non aveva sentito la sua voce profonda.
 "King! Leggi King tra le colonne a ricreazione" aveva detto lui alzando la voce.

e non l'aveva mai visto prima, seduta in silenzio, da sola, solo da sola, sempre da sola, a leggere, a divorare romanzi dalla copertina nera.

A novembre si accorse di non avere più lacrime.
Non si accasciò più in mezzo alla classe tremando. Non abbracciò più nessuno bagnando maglioni e colli. In silenzio, di nuovo. Il dolore di una perdita di un qualcuno mai avuto tutto dentro, qualcosa negli occhi. C'era sempre qualcosa che le rimaneva negli occhi, era lì che il dolore si fermava.

[l'estate era stata pessima, Flavia forse avrebbe cambiato scuola e lei pianse anche quello, non era in grado di sopportare una cosa del genere in quel momento, perdite finte e perdite effettive, incertezza]

Il 26 dicembre capì.
Non pianse più, disse di aver sepolto. Polvere si accumulò sul nome di lui; gioie da pochi soldi e compagnie multicolori. Qualche cotta rifiutata e ricacciata nel silenzio, perchè era perdita di tempo e troppo dolore. Nella sua coerenza disse "Se lo incontro mi innamoro di nuovo".
Lo incontrò.
La sua coerenza era coerente davvero.


Sperava che il caso portasse ad incrociare i loro passi; ma il caso non ascoltava suppliche.

Era ancora in grado di farla piangere, quando lei aveva perso le sue lacrime.
Accucciata tra un cuscino enorme e una coperta sovrastante, piangeva, ancora, di nuovo, continuamente. Aveva mai smesso?
Aveva sempre fallito, era coerente: non si sarebbe certo smentita così.




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30 novembre 2006

Chi ti insegnerà a guardare il cielo?


...Novembre esplose in un turbinio di colori. Le grandi querce lungo il Tevere si

erano coperte di oro, rosso, bronzo, arancio. Le foglie si lasciavano trascinare dal vento e giocavano a rincorrersi per le strade con i cani e i bambini in una danza di splendore e risate. I grandi viali alberati e il lungotevere ne erano ammantati. Si sollevavano leggermente nell'illusione del volo quando qualcuno passava per di lì.
Le fronde facevano cornice al cielo che aveva perso l'intenso azzurro dell'estate; spesso vi si allungavano sottili nuvole sfilacciate.
 La notte arrivava con una veste di stelle fredde sempre più presto rubando tempo al sole. Con sé portava stracci di nebbia gravida che serpeggiando per la città si fermavano in qualche angolo riposto.
 Per le strade i poveri [...] accendevano fuochi e impregnavano l'aria con l'odore delle caldarroste e con le castagne scoppiettanti sulla fiamma.
...


 La Venni legge, si ferma, lascia un tratto con la matita.
Mugugna qualcosa tra se e sé come feci io quando DeeDee mi chiese di correggergli
il pezzo della nave - lo stesso che la Venni gli ha corretto come corressi io.
Poi lascia la punta della matita su nuvole zuccherate.
 "Qui però non si capisce" mi dice. La voce particolare che ha, arrochita dal fumo che ingurgita come un'addannata da dieci anni a questa parte. I suoi occhi chiari con qualche bolla di verde, i crespi capelli biondi che mi chiedo come facciano a stare su.
Solo rimmel attorno agli occhi, rimmel nero. Quasi nemmeno una macchia sulle mani, alla faccia dei suoi cinquantratré anni. La Venni. Mi guarda e mi spiega, due persone
che si intendono, niente più Prof & Kander, niente più
Che bello, mamma Venni ci fa da baby sitter!
 "Hai saltato il passaggio della panna" dice, seria.




 Nel crepuscolo delle quattro e mezzo passavo per il ponte e ho guardato il volto
di un ragazzo sulla bicicletta, il suo volto così noto a me. Magro, capelli un po'
ondulati, guance scavate, occhi svegli, orecchie un po' a sventola. Quell'espressione di dover arrivare prima, sempre. Era in bicicletta che pedalava con
una giacca che non gli ho mai visto prima addosso, ma del resto è passato del tempo.
 Eravamo così piccoli, a dieci anni, quando a lui non interessava altro che fare il salto di classe e lasciarci lì, e a me mancava sempre troppo poco per poterlo dire.



 Sorride. Ha uno strano sorriso. Sorride, si umetta il labbro inferiore con la lingua e richiude quella fornace partorente idee fantastiche e battute geniali. Sorride con gli occhi vivi e giovani, sincera. "In uno dei miei vari tentativi di scrittura" dice. La voce velata di ironia, ma è così facile spostare quel velo! "alla tua età, decisi di togliere la punteggiatura leggera. Sai, virgole..."
 io tanto già annuivo, non poteva essere diversamente
 "..e iniziai con E.".
Lo scrive, lo traccia sul quaderno di Adriano che poi riprenderà il suo quaderno blu, guarderà le correzioni e si meraviglierà di quante sono e si chiederà il perchè, ridendo di se stesso incapace e ostinato a far ciò per cui non ha esattamente la mano giusta. E vedrà quella E. la guarderà e non capirà il peso di.



 Il crepuscolo che si sollevava dalle strade e la sera che scivolava al suo posto, camminavo per via Fracassini, ho sgranato gli occhi e ho sorriso.
 "Guarda la tua bambina!" ha detto la maestra Carla. Non è cambiata. I denti del suo sorriso, la voce aspra, la pelle bianca, i capelli marronrossi, gli occhi forse chiari e forse scuri, la chiattezza di sempre.
 "Martina!"
Come due imbecilli io e la maestra Rita ci saremmo messe a piangere, io che la sovrastavo e che un tempo nemmeno troppo lontano, si parla di cinque anni fa, le arrivavo alla vita. Strette in un abbraccio di giaccagrigiaestelle e un cappotto scamosciato. Sempre uguale, la maestra giovane dei miei ricordi che mi ha messo la grammatica sotto la pelle, la maestra sempre abbronzata, ancora oggi, truccata, con le unghie lunghe, buona, giusta.
 Parole dette con calore, parole dette balbettando. Pregne della felicità di un ritrovo segretamente atteso.



 Poi prende il quaderno, si china e scrive.
Io interpreto i suoi ghirigori di una scrittura più vecchia di quella che s'usa oggi, interpreto e mi chiedo dove avrò già mai visto parole simili, visioni del genere.
Mi restituisce il quaderno, leggo, commento. Meraviglia, le ho sempre avute in me.
 "Ti chiedi se stavo bene quando le ho scritte, era proprio un bel momento!"
Eccola, la sua ironia, sempre su, piccola difesa, gioco e arma. Ride e io sorrido e dice "Ora prendi la gomma e cancella, subito!"
 A questo punto rido anche io.
 "Ma cancello che! Ora lei me lo firma e io me lo tengo stretto stretto al cuore..."
Le do il quaderno, scuote la testa, lo chiude e me lo lascia lì, sulla cattedra.
 "Devi staccarti dal realismo però" mi dice.
Insegnamelo. Insegnamelo. Insegnamelo.




                                                                           




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16 novembre 2006

nostalgia di cose non esistite


 Ho visto un uomo gridare per chiedere Democrazia e due secondi dopo
                      abusare   della   sua   posizione.
 Ho sentito un uomo chiedere di non essere sfruttato, infiammarsi perchè credeva
        nelle  sue   idee   sempreecomunqueattraversotuttolui e dire d'esser contro 
    le riserve dei panda.
 Ho visto un uomo curvo di spalle per gli anni che vi si erano appollaiati guardarmi
   leggere in autobus con occhi nerogrigi di saggezza e qualche antica passione e
 fare cruciverba; l'ho guardato scendere ed entrare in una casa di riposo, solo,
 ancora, fino all'ultimo suo respiro.


 Ho sorriso, ho riso, ho pensato, ho voluto bene.
                             Ho pianto un abbracciami, un dammi la tua mano.
                               Un non lasciarmi, ti prego.

             Ma tu non c'eri, chiunque tu sia.
             C'era la classe, la penna, un foglio scritto e persone.

 Una mi ha dato un volatile bacio su una guancia;
       un'altra ha pianto come non ho mai visto un'ora dopo che ero stata io a farlo;
          l'ultima o la prima, o una che nemmeno conta ora, mi ha presa in giro
                                                                         per
                                                                          la
                                                                         mia
                                                                          'r'

                                                                           .






            Rinchiudimi nella prigione delle braccia.curami.




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13 novembre 2006

io la porterò a vedere dove nasce il vento.


 Cerco disperatamente qualcosa di interessante da scrivere.
 Eppure il vaso rosso coi fiori disegnati-finti-cucini non offre ispirazione.
 Continuo a pensare che i fiori siano morti. Anche perchè ancora non si sono mossi.
                                                                                              Stronzi.
 Del resto io dovrei stare a scrivere il III capitolo, ma aspetto che Storm torni
 dalla palestra.
 Ma tanto non reggo.

 Mi sa che ho il bronchenolo sciroppo scaduto.. ha un sapore migliore del solito.
Magari invecchia col tempo, chissà.

 Maldevivre&syndromedistendahl.

         Forse mi riesce di andare in Nuova Zelanda, sei mesi, a giugno.
 Forse. [*sorriso]

                             Malinconia di merda, uffa.


One night to be confused
one night to speed up truth
we had a promise made
four hands and then away
both under influense
we had devine scent
to know what to say
mind is a razorblade
to call for hands of above
to lean on
wouldn't be good enough
for me, no
one night of magic rush
the start a simple touch
one night to push and scream
and then releaf
ten days of perfect tunes
the colors red and blue
we had a promise made
we were in love
to call for hands of above
to lean on
wouldn't be good enough
for me, no
to call for hands of above
to lean on
wouldn't be good enough
and you, you knew the hands of the devil
and you, kept us awake with wolf teeths
sharing different heartbeats
in one night
to call for hands of above
to lean on
wouldn't be good enough
for me, no
to call for hands of above
to lean on
wouldn't be good enough
for me, no




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3 novembre 2006

[A Cinzia.]


                                                                                                            03.11.06
 'Cara' Cinzia,
ti scrivo perchè mi fa sempre tanto piacere quando una persona crede ad un'interpretazione che la società [non si sa chi sia, la società, però è la società o il buonsenso, se preferiamo.] da a dei simboli o, soprattutto, quando qualcuno crede a voci rigirate da altre voci che provengono da persone con adolescenziali pregiudizi.
 Io per mia fortuna ne sono al di fuori.
Comunque, giusto per mettere in chiaro cosa sono.
 A casa loro, Marco e Francesco sono quanto più liberi di definirmi una sporca zeccaccia comunista e di farne cenno con i loro genitori, mostrandomi come esempio di decadenza della società dei valori. E' abbastanza interessante che i genitori dei suddetti ne parlino tra di loro; evidentemente il mostro che io sono li turba alquanto, forse anche di più: chissà che rischi corrono Maro e Frank a stare in classe con un tipaccio come me!
 Effettivamente è normale che suddette madri o padri - ma direi più madi - si confidino con te, avvertendoti di quanto io sia malvagia e schifosa e che tua figlia è sottoposta a grande contagio di peste, standomi vicina.
 A ciò, forse, potrei aggiungere che Maro e Frank sono due tipici esempi di fascisti un po' nazisti in quanto ammazzaebrei, sterminazingari e simili hitlerizzazioni. Io effettivamente non ho niente in contrario a loro, anzi, figurati: gli voglio bene.
 Strano vero? Voler bene a due tipi che a casa loro mi definiscono come mondezza ambulante.  Già, peccato che in classe non mi abbiano mai detto nulla. Forse, perchè, a stento ci conosciamo e non ci frequentiamo affatto.
 Ora: non ci frequentiamo affatto.
Nella tua mente dovrebbe lampeggiare una spia rossa a questo punto, e il PIN-PIN-PIN della lucetta che si accende avrebbe il seguente significato: se con loro non esco, come fanno a dire che io mi ubriaco e mi faccio le canne? Ehh. Ma allora ipotizziamo che la "gente" che abbia detto ciò di me non siano Maro e Frank. Ok, ci posso stare.
 Sorge un piccolo, piccolo minuscolo problemino-ino-ino.
Io, non essendo un'accannata e tantomento un'alcolizzata... il che significa che non mi faccio le canne e non mi ubriaco;...non essendo io appunto ciò, come ho fatto a farmi vedere ubriaca? E/o fatta? Interessante, nevvero?
 Non ci crederai.
Beh è vero, le canne ogni tanto me le son fatta. Due tiri, tre.
 E due volte, indovina?
Ahh.. è stato con tua figlia, Cinzia! Incredibile, vero?
 Ma del resto, sono proprio un cattivo elemento.
Hai ragione.. cosa ci va a fare uno al centro sociale? Peccato. Io ci andavo perchè ero innamorata della musica che certa gente ci suonava, lì. E niente canne, nemmeno sigarette, a quel tempo lì non fumavo. Lo so che Ludo ti ha detto che fumo, te lo ha detto in primo per coprire l'odore della sua puzza di sigarette. Lo so.
 E io la copro, ma sai, incredibile anche questo, mi sa che nessuno l'ha mai fatto prima d'ora: copro una mia amica! Giuro, giuro. L'ho fatto. Tant'é che m'hai sgamata, pensa un po'! Non so mentire.
 A questo punto ricomincia il PIN-PIN-PIN della lucetta: perchè mi hai sgamato già parecchie volte con Ludo, no? Una volta nemmeno lo sapevo che la stavo coprendo! Già. Quindi lo sai che non so mentire. E quindi? Due più due, insegnano oggi come insegnavano anche ai tuoi tempi, fa quattro.
 E allora che rimane.. dunque.
Ah. Indubbiamente non ne so nulla di moda. No.
Non sono una modella, lungi dall'esserlo [e dal volerlo essere, ma poco importa].
E non ho nemmeno i soldi che m'escono dal culo, come invece è Ludo, mica per colpa sua, eh. Sei tu che ti compri le borse da 600€ a buffo. Ma non sto qui a farti i conti in tasca, non sono quel tipo di persona.
 Ora vedi.
Solo perchè non mi vesto di Prada, D&G, Louis Vuitton, Fendi e tutte quelle altre che piacciono tanto alla tua figliola, non vuol dire che sono una persona senza dignità.
 Se ho lo smalto nero o viola o verde, non significa che sia satanista o comunista o che so io, che non mi lavo.
 Se porto vestiti larghi non è che io sia una barbona che vive sotto al ponte su cui tu e la tua famiglia passate in macchinona, è solo che ho la mia buona dose di ciccia da coprire e un po' di dignità che non mi permette di fasciarmi di nailon appiccicoso.
 In tutto ciò non sembro una brava ragazza; non mi interessa sembrarlo.
Del resto, se per sembrarlo io debba essere finta e atteggiarmi da puttanella pariola - si, da questo si vestivano e si vestono le ragazzine che stavano con tua figlia alle medie. Mi dispiace di avere distolto leggermente Ludo da questo futuro, sai, ma io ci sono riuscita e tu non ci l'avresti potuto fare mai, oh 'madre premurosissima e stile FBI' - proprio non ci sto.
 Conosco gentaglia?
Forse sì, ma il fatto è che la conosco. Mia madre non è sicura, d'altro canto non si fida nemmeno lei di tua figlia. Come non ti fidi tu, se 3 anni fa ti sei travestita per seguirla una volta che l'hai lasciata uscire da sola. Ora, se non le hai fatto venire tu i complessi, vedi un po' cosa può essere stato.
 Mia madre però non si permette di urlarmi contro che Ludo non deve entrare a casa mia. Perchè sa che se mi scelgo un'amica, il motivo c'è.

Poi mi sarei aspettata maggiore comprensione da una che è stata di sinistra, zecca, senza riguardi per la moda, che ha avuto amici morti di HIV e finiti in galera. Forse mi aspettavo una comprensione che non ci può essere, da parte di chi ha dimenticato.

 Ora, tutto questo non perchè me ne freghi qualcosa se tu pensi che io sia un cattivo esempio per Ludo - anche se forse posso dire che sia proprio il contrario, tra le due; non perchè me ne freghi qualcosa se Marco e Francesco vanno a parlare di me come una comunista non so cosa - anche se non mi ritengo affatto comunista, ma il mio parere non vale nulla visto che si parla di me; la cosa che mi ha toccato nell'orgoglio è che tu abbia detto "Quelle dediche le copia da qualche parte, non è vero che sono sue parole che vengono dal cuore".
 Tutto mi puoi dire, ma non che non voglio bene a Ludo e che non le scrivo col cuore. Perchè se c'è qualcosa che salva la nostra amicizia, è la sincerità, mentre tra voi due è tutto un mentire.
 Non infangare ciò che mi distingue nell'animo: non hai alcun diritto di farlo.
E per questo, io ne so più di te.




                                                        Martina



Mi dispiace solo di non potertela mandare, questa lettera.




permalink | inviato da il 3/11/2006 alle 18:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


7 ottobre 2006


 Strano mondo.
 
Strano strano mondo.

 
M
entre correva per il campo un tempo adibito all'equitazione, mentre non ci vedeva perchè
gli occhi facevano cilecca e malediceva la prof sadica per gli otto giri da dover fare con un mal di testa pulsante, si accorse di avere dentro di sé una grandiosa rivelazione:


                         
  ERA INFELICE.


 [sorvolando su mia madre che mi sbraita qualcosa da dietro alla porta.]




     Dopo una rivelazione del genere uno si ferma anche un po' a pensare.
 Invece lei aveva alle costole una prof ululante [Suu belle gioie! Oh Gesù d'amore acceso! Siete delle mozzarelle!] quindi continuò imperterrita e scazzata per il secondo giro del campo.
     Dopo una rivelazione del genere non si sentì meglio ma almeno si accorse di poter cercare
 di essere un tantino più felice. Perchè il problema era proprio che non era felice, percui era infelice.
 S. le aveva detto di farsi dei buoni propositi tipo:
 andare a letto presto [lei per il male agli occhi lo faceva di suo]
 mettersi a dieta [già fatto]
 farsi un bagno caldo la sera [la vasca da bagno rotta non si tappava]
   e simili. Situazione disperante.

 Ma comunque rimase a casa a studiarsene il sabato a casa perchè ci credeva.
 E come al solito aveva sbagliato a fidarsi, aveva sbagliato a illudersi che fosse diverso.

     Quando era sempre costantemente banalmente moderno e umano.
 Niente sogni, speranze, valori. 
 Mistake.
 mistake.
 mi.sta.che.
                     dimmi che ho.
                                          dimmi perchè.
                                   
                                       mettimi una mano sul cuore e dimmi. [semi-cit]
                                          fammi capire, una volta.
                                 


       

                                                       *vorrei catturare in foto gli odori.




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La vedi nel cielo quell'alta pressione, la senti una strana stagione?
Ma a notte la nebbia ti dice d' un fiato che il dio dell' inverno è arrivato.
Lo senti un aereo che porta lontano? Lo senti quel suono di un piano,
di un Mozart stonato che prova e riprova, ma il senso del vero non trova?

Lo senti il perchè di cortili bagnati, di auto a morire nei prati,
la pallida linea di vecchie ferite, di lettere ormai non spedite?
Lo vedi il rumore di favole spente? Lo sai che non siamo più niente?
Non siamo un aereo né un piano stonato, stagione, cortile od un prato...

Conosci l'odore di strade deserte che portano a vecchie scoperte,
e a nafta, telai, ciminiere corrose, a periferie misteriose,
e a rotaie implacabili per nessun dove, a letti, a brandine, ad alcove?
Lo sai che colore han le nuvole basse e i sedili di un'ex terza classe?

L'angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita,
di un giorno qualunque, di una sponda brulla?
Lo sai che non siamo più nulla?
Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita...

Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro,
lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo...
Si fa a strisce il cielo e quell' alta pressione è un film di seconda visione,
è l' urlo di sempre che dice pian piano:
"Non siamo, non siamo, non siamo..."













..scrissi il nome tuo versando piano sulla neve
la strana cosa che
sembrava vino
mi aveva affascinato il suo colore di rubino
perchè lo cancellasti con il piede?









                                                                                 DI ROSE DETTE PRESENZE.




E costruì
un delirante universo senza amore,
dove tutte le cose
hanno stanchezza di esistere
e spalancato dolore
.
*
Ma gli sfuggì che il senso delle stelle
non è quello di un uomo,
e si rivide nel
la pena di quel brillare inutile,
di quel brillare lontano...

*
E capì tardi che dentro
quel negozio di tabaccheria

c'era più vita di quanta ce ne fosse
in tutta la sua poesia
;
e che invece di continuare a tormentarsi

con un mondo assurdo
basterebbe
toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo...
*
E scrivere d'amore,
e scrivere d'amore,

anche se si fa ridere;
anche quando la guardi,
anche mentre la perdi

quello che conta è scrivere.
E non aver paura
non aver mai paura
di essere ridicoli;
solo chi non ha scritto mai
lettere d'amore
fa veramente ridere
.













Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza
tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo:
gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro

E sì, anche tu andresti a cercare
le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz'ora basta un libro di storia,
io cercai di imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto,
continuarono gli altri fino a leggermi matto.






Ici on est tous des frères
Dans la joie dans la misère
Vous ne trouverez chez nous ni le Ciel ni l'Enfer
Ni le Ciel ni l'Enfer
Nous sommes comme des vers
Comme des vers dans le ventre de la terre
La sang et le vin ont la même couleur
A la cour des miracles
Les filles de joie dansent avec les voleurs
A la cour des miracles
Mendiants et brigands dansent la même danse
A la cour des miracles
Mendiants et brigands dansent la même danse
A la cour des miracles
Nous sommes de la même race
La race des gens qui passent
Vous ne trouverez chez nous ni religion ni nation
Ni religion ni nation
Nos oripeaux pour drapeaux
La couleur de ma peau contre celle de ta peau
Truands et Gitans chantent la même chanson
A la cour des miracles
Puisque nous sommes tous évadés de prison
A la cour des miracles
Voleurs et tueurs boivent au même calice
A la cour des miracles
Puisque nous sommes tous repris de justice
A la cour des miracles











comunico a Vossignoria che sono una Lettrice;
in quanto tale mi avvalgo dei seguenti diritti, detti gli

IMPRESCRITTIBILI DIRITTI DEL LETTORE   

 editi per tutti quelli della mia razza dal professor Daniel Pennac.


    1. il diritto di non leggere.

2. il diritto di saltare le pagine.

3. il diritto di non finire un libro.

4. il diritto di rileggere.

5. il diritto di leggere qualsiasi cosa.

6. il diritto al bovarismo

7. il diritto di leggere ovunque.

8. il diritto di spizzicare

9. il diritto di leggere a voce alta.

10. il diritto di tacere.



a culo tutto il resto


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