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“La poesia non è una specie in via d’estinzione”

 

È difficile descrivere il mondo in cui viviamo. Probabilmente tra un secolo l’analisi sarà più facile, perché tutte le sbavature e le briciole saranno state spazzate via dal tempo. Il quadro apparirà più chiaro e sintetico. Ma al momento è necessario banalizzare un po’.
Al primo colpo d’occhio la società si mostra come un grande reality show. Dietro questo teatrino, dove l’apparenza la fa da regina, si intravede la base di un enorme meccanismo commerciale la cui parola d’ordine sta invadendo tutti i campi. Così dal Quirinale alla Corte d’Appello, dai musei agli studi medici il grido è unanime: soldi! Soldi!
Anche la cultura, che non dovrebbe poter essere svenduta, è stata messa all’asta.
Ora basta generalizzare: il mondo non è bicromatico. Le roccaforti che resistono all’assalto del consumismo esistono e non sono poche. Troppo bello dire “la gente non legge più”. Troppo facile dire che la poesia è oramai sorpassata.
Effettivamente la prosa ha una convivenza più facile con un mezzo di comunicazione di massa come la televisione. Ha anche piccoli e limitati spazi nella scatola nera – si tratti di Moccia a Forum o di Saviano al telegiornale..
Invece la poesia raramente si trova sotto i riflettori del grande show. Grazie a Benigni sembra tornata di moda la Divina Commedia. Ma basterebbe pensare che forse non è mai passata di moda. Solo perché la televisione è sempre accesa sotto i nostri occhi, durante i pasti, la sera, in cucina, è più facile credere che sia lo specchio della società. Allora si crede che sia tornata di moda. Al contrario, Pessoa, Caproni, Baudelaire, sono sempre al passo coi tempi: semplicemente non urlano dagli scaffali inondandoci di colori brillanti per attirare la nostra attenzione.
La poesia appartiene al nostro lato silenzioso. Montale diceva, già nel 1975: “Le comunicazioni di massa, la radio e soprattutto la televisione, hanno tentato non senza successo di annientare ogni possibilità di solitudine e di riflessione” (E’ ancora possibile la poesia? Discorso tenuto all’Accademia di Svezia). Perché la poesia è evocazione. Perché la poesia parla al singolo, si completa nel silenzio dell’anima del singolo. Mentre la televisione e la radio, no, sono per tutti. Però c’è un altro mezzo di comunicazione di massa che Montale non poté conoscere (infatti morì prima della nascita del world wide web) : internet. La rete è piena di concorsi di poesia, forum di poesia, siti di poesia. Ne cito uno per esemplificazione dove Lil’ Jim Wilson  (questo il nickname del proprietario del blog) lanciò un Renga, formato da un Haiku e da una coppia di settenari: è un componimento a catena e quindi a più mani. Chiunque ne abbia avuto la voglia ha potuto aggiungere i propri versi ( http://kalicunt0.blogspot.com ). Quindi i giovani che scrivono versi di cui parlava Cucchi esistono davvero, e non sono degli emarginati. Difatti a leggere Gramellini sembra che la poesia sia il rifugio di quei poveracci che il mondo esclude. “E la rabbia di saperli quasi costretti a scrivere, dal momento che il mondo non li ascolta più”. Abbiamo bisogno di fare le vittime? “I miei 104 anni sono tanti, ma non sono mai troppi per tutto quello che la vita ci offre”. La vegliarda che ha vinto il concorso di poesia sembra una persona positiva; perché farne una vittima? Perché essere sempre pronti ad accusare la società, quando la società siamo noi?
Il trampolino di lancio della poesia è la scuola. Finché continuerà ad essere insegnata, tutti i bambini verranno a contatto con essa quasi subito. Come il seme di una parabola, in alcuni troverà terreno fertile e germoglierà; in altri no. È a scuola che si formano i poeti, allo stesso modo in cui vi si formano i campioni dello zapping e gli avvocati. Inoltre, se insegnata bene, la poesia non ha solo le proprietà elencate da Luzi – quindi educare il gusto ed affinare la sensibilità – ma soprattutto mette in moto il cervello, fa pensare. Ed è di questo che ha bisogno il nostro paese. Ed è per questo che potrebbe venire in mente a quelli che ci rappresentano in questa democrazia di toglierla di mezzo, perché troppo scomoda. È un’ipotesi che sta tra 1984 di Orwell e Fahrenheit 451 di Bradbury. Ma la storia dell’umanità è costellata di crimini grandi e piccoli dell’uomo sull’uomo. Non c’è da stupirsi, ma da vigilare. Quindi: occhi ben aperti e orecchie tese! E nel frattempo non smettiamo di leggere poesia, di insegnarla e scriverla. È così che rimarrà viva. Che stia pure all’ombra degli schermi di televisione: sa brillare di luce propria. Che rida in faccia al dio Denaro, sfrontata, timida, prorompente… viva.



Ci ho messo 3 giorni per scriverlo, abituata alla passività della scuola che ti fa scrivere temi guidati attraverso i documenti. Qui i documenti a cui ispirarsi dicevano chiaramente che la poesia è morta. Io non leggo granché poesia, ho imparato leggendo Les Fleurs du Mal di Baudelaire, qualche mese fa. Però che la poesia fosse morta m'urtava. E così..

Pubblicato il 20/4/2009 alle 18.0 nella rubrica Diario.

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